Prima
della nascita di Gesù Cristo, quando Alessandria d’Egitto
primeggiava tra tutte le città dell’antica Grecia,
esistevano sette grandi meraviglie monumentali che superavano,
per fama d’inimmaginabile maestosità, qualunque altro
monumento esistente sulla Terra. Di quelle meraviglie, ben sei
sono scomparse: i giardini
pensili di Semiramide a Babilonia; la
statua di Zeus a Olimpia; il tempio
di Artemide a Efeso; il
mausoleo di Alicarnasso;
il Colosso di Rodi ed il
Faro di Alessandria. Sono arrivate fino a noi quasi incolumi
soltanto le famose Piramidi
d’Egitto.
Queste Piramidi d’Egitto hanno ispirato, per secoli, un
enorme rispetto reverenziale non soltanto per la loro effettiva
grandiosità, ma anche, e soprattutto, per l’estrema
precisione geometrica con cui sono state costruite. Persino il
Tempio
di Stonehenge sembra meno maestoso, paragonato a queste Piramidi.
Infatti, da un veloce confronto con questo grande Tempio Druido,
con le sue 10.000 tonnellate di pietre rozzamente squadrate, è
facile dedurre che nelle Piramidi egiziane è stata utilizzata
una quantità di pietre, finemente squadrate, 25 volte più
grande. Senza considerare il fatto, poi, che il sistema per edificarle
rimane ancora oggi un mistero e che, perfino con le nostre attuali
conoscenze tecnologiche, noi stessi incontreremmo non poche difficoltà
ad edificarne di uguali. L’egittologia contemporanea non
ha risposte convincenti in merito ai molti misteri che circondano
queste Piramidi. Un profondo silenzio, dopotutto, le circondava
anche presso gli stessi egiziani che erano molto riservati, al
riguardo, essendo, le più intime conoscenze, prerogativa
assoluta di una ristrettissima cerchia d’individui. Lo storico
Erodoto,
che trascorse in Egitto un lungo periodo di permanenza, fu il
primo a parlare delle Piramidi nel suo Le Storie - Libro II, magnificando
così una delle sette meraviglie del mondo, le tre Piramidi
della piana di Giza, appunto, nel tentativo di risalire alle loro
origini e ai motivi della loro costruzione. “Vengo ora a
dilungare il mio discorso intorno all’Egitto, poiché
molte cose meravigliose esso possiede e offre opere superiori
ad ogni racconto...” scrive, infatti, nel V secolo a.C.
presentando la narrazione del suo viaggio in Egitto. Queste tre
Piramidi, costruite presumibilmente tra il 2600 ed il 2400 a.C.,
portano i nomi dei loro costruttori e sono la Grande
Piramide di Khufu (Cheope), la Piramide
di Khafra (Chefren) e la piccola (rispetto alle prime due)
Piramide
di Menkaura (Micerino). Ancora oggi, la Grande Piramide di
Khufu, nella sua superba maestosità, ci lascia senza fiato,
ergendosi possente nel deserto del Cairo più simile ad
un singolare elemento geometrico del paesaggio che ad un’opera
umana. Essa si erge quadrata come tutte le altre, ma fra tutte
è quella meglio rifinita, nonostante abbia perso, nei secoli,
il rivestimento di pietre bianche e finemente levigate, tratte
dalle cave di Tura, sulla riva del
Nilo, che doveva renderla vivacemente luccicante ai raggi
del Sole. Le sue facce laterali sono allineate con i punti cardinali
con precisione sbalorditiva. Le discrepanze, infatti, non superano
i tre minuti d’arco in ogni direzione, con una variazione
inferiore allo 0,06%. Il suo perimetro misura quasi un chilometro
e si estende in un’area di oltre 53.000 metri quadrati.
Al suo interno, la sola tomba del Faraone Cheope è composta
all’incirca da due milioni e mezzo di blocchi in pietra
calcarea, del peso medio di 2,6 tonnellate ciascuna, per un totale
di circa 6,3 milioni di tonnellate. Sembra addirittura che i blocchi
di pietra bianca utilizzati per il rivestimento, incastrati l’uno
all’altro con una tale precisione da non far passare neanche
un ago, fossero addirittura più grandi di quelli usati
per la costruzione, pesando in media quindici tonnellate ciascuno.
Ebbene, osservando la disposizione di queste Piramidi ci si accorge
immediatamente che la cosa che hanno tutte e tre in comune è
il fatto di avere i quadrilateri di base allineati in direzione
del meridiano terrestre. I lati, cioè, corrono da sud a
nord puntando il Polo Terrestre con un margine di errore davvero
irrilevante, essendo pari a 3° nel caso della Piramide di
Cheope, a 6° nel caso di quella di Chefren, e a 14° in
quella di Micerino. Tutte le Piramidi d’Egitto hanno questa
caratteristica. Ma il significato assunto da questo particolare
allineamento ci è ancora sconosciuto. Ma come hanno fatto
gli antichi costruttori egiziani a realizzare questi allineamenti
con tanta precisione? L’ipotesi più probabile è
che gli egiziani sapevano, pur non conoscendo (forse) i fenomeni
legati alla “Precessione
degli Equinozi”, che il Polo Nord Celeste, che oggi
si trova a circa un grado dalla stella alfa della costellazione
dell’Orsa
Minore, si trovava, allora, a circa due gradi dalla stella
Thuban, stella alfa della costellazione del Dragone ed era situato
in direzione della linea immaginaria che congiungeva le stelle
Mizar dell’Orsa
Maggiore e la stella Kochab dell’Orsa Minore. L’ascensione
retta tra le due stelle, infatti, differiva di sole 12 ore.
Ciò vuol dire che, in particolari giorni dell’anno,
le due stelle non solo si trovavano perfettamente allineate nel
cielo, ma generavano anche una linea immaginaria perfettamente
perpendicolare all’orizzonte terrestre. Questa linea immaginaria
indicava inequivocabilmente e con estrema precisione il Polo Nord
Celeste. Ciò avrebbe consentito agli egiziani di costruire
le Piramidi direzionandole con estrema precisione. L’unica
cosa che ci lascia un po’ perplessi sulle Piramidi di Giza
è l’asimmetria relativa alla loro disposizione. La
Piramide di Khufu e quella di Khafra hanno in comune la diagonale
sud-ovest, mentre la Piramide di Menkaura è leggermente
spostata verso est. Inoltre non si riesce a capire perchè
la Piramide di Menkaura è più piccola rispetto alle
altre due, cosa che giustifica la sua deviazione simmetrica dalla
diagonale sud-ovest delle altre. Robert
Bauval ed Adrian
Gilbert nel loro Best Sellers “Il Mistero di Orione”
hanno formulato una ipotesi assai suggestiva. In una calda serata
di Novembre, nel lontano 1983, chiacchierando tranquillamente
e scrutando i limpidi e sereni cieli notturni dell’Arabia
Saudita, i due ricercatori notarono che la Via Lattea, che è
il braccio della nostra Galassia più vicino a noi e per
questo meglio visibile dalla Terra, somiglia ad un grande fiume
che scorre lungo il cielo tracciando la curva dell’Equatore
Celeste. Notarono anche che, sulla riva occidentale dell’orizzonte
terrestre, un gruppo di stelle brillava più delle altre:
erano le stelle della “Cintura
di Orione”.
La stella Sirio,
inoltre, si levava sull’orizzonte delimitato da una duna
sabbiosa, a circa 20° dal prolungamento della linea immaginaria
che congiungeva le tre stelle. Le tre stelle della Cintura di
Orione sembravano inclinate in direzione sud – ovest rispetto
all’asse della Via Lattea e la stella più piccola
sembrava leggermente spostata verso est. Fu proprio in quella
splendida notte che Bauval ebbe la felice intuizione di vedere
nella Via Lattea il fiume Nilo e nella Cintura di Orione le tre
Piramidi dell’altopiano di Giza. Inoltre, gli sembrò
di vedere, nel gruppo di stelle raffiguranti Sirio e la Costellazione
di Orione, il ripetersi del più suggestivo dei miti dell’antico
Egitto, descritto nei “Testi delle Piramidi” che costituiscono
il corpus più antico della letteratura religiosa funeraria
oggi esistente. Questi testi furono scoperti per caso da un capomastro
egiziano all’interno di una delle Piramidi di Saqqara ed
il primo a tradurli fu l’archeologo francese Gaston
Maspero. Tra i vari rituali descritti nei “Testi delle
Piramidi” il
mito di Osiride, che è il rito della rinascita regale,
è quello che più ci interessa per comprendere che
nell’altopiano di Giza è rappresentato in Terra ciò
che è raffigurato in cielo e che la Grande Piramide del
Faraone Khufu rappresenta la chiave di lettura dell’intero
disegno. Brevemente: Osiride era il primo figlio di Nut, la Dea
del cielo, i cui altri figli erano Iside, Seth, Nephitys e, forse,
Anubis. Osiride, divinità scesa in terra con sembianze
umane, fu il primo re d’Egitto e sua sorella Iside divenne
la sua consorte. Osiride fu un re buono e giusto e stabilì
il dominio della legge (maat). Con l’aiuto del Dio Thot,
suo visir, insegnò agli uomini la religione e le arti della
civiltà, così l’Egitto, nel quale tutti vivevano
in pace, divenne ricco, prospero e potente. Purtroppo, però,
non tutti erano felici in Egitto e tanto meno Seth, il fratello
di Osiride. Costui complottò contro Osiride, lo uccise
e tagliò il suo corpo in tanti piccoli pezzi che sparpagliò
per tutto l’Egitto. Iside alla morte del marito era ancora
senza figli, dunque Osiride non aveva alcun erede che potesse
prendere il suo posto. Iside, allora, riunì segretamente
tutti i pezzi del corpo del marito, ricostituì il suo corpo
per intero e, recitando il rituale della rinascita, riportò
Osiride temporaneamente in vita. Iside ed Osiride, così,
si unirono un ultima volta e concepirono un figlio: un erede chiamato
Horus. Dopo aver concepito Horus, Osiride se ne andò in
cielo, trasformandosi nella costellazione di Orione per governare
sul Duat,
il Regno celeste dei morti. Nel frattempo, Horus crebbe forte
e robusto e, quando diventò un Principe ricco e potente
sfidò a duello lo zio Seth per stabilire chi di loro avesse
diritto al trono d’Egitto. Durante il combattimento entrambi
rimasero gravemente feriti e mutilati in alcune parti del corpo,
ma poiché nessuno dei due riusciva a vincere sull’altro,
fu necessario l’intervento di un Dio per porre fine alla
controversia. Il Dio Sole, dunque, intromettendosi per porre fine
allo scontro, emise un giudizio favorevole su Horus proclamandolo
Faraone d’Egitto perché primo in linea di successione.
Il Duat, nel frattempo, con la trasformazione di Osiride in costellazione
di Orione, divenne una precisa regione del cielo occupando un
posto speciale nella religione dell’antico Egitto: era il
luogo del cielo in direzione del quale tutte le anime dei defunti
dovevano essere incanalate per raggiungere il Regno dei morti
e, in esso, la pace perpetua. Ecco perché, per gli antichi
Egizi, lo studio dell’astronomia era prerogativa dei Sacerdoti
del Faraone: essa rivestiva un manto di estrema sacralità.
In particolare, dunque, nella costellazione di Orione, visibile
dall’Italia nelle fredde notti invernali, gli egiziani vedevano
raffigurata l’immagine di Osiride e nei geroglifici,
il Duat raffigurato, appunto, da una stella chiusa da un cerchio.
Ebbene, sulla sponda orientale del Nilo sorgeva la città
sacra di Annu, chiamata successivamente dai greci Eliopoli. I
Sacerdoti di Eliopoli
erano seguaci di un culto molto importante secondo il quale l’Egitto
era l’immagine stessa del cielo del quale, l’intero
paese, rappresentava il magico ordine cosmico. Il
Faraone era il Sommo Rappresentante, sulla Terra, di questo ordine
cosmico e veniva considerato la reincarnazione di Horus, figlio
di Iside ed Osiride, che, rinascendo sempre dopo la morte e trasformandosi
in essere stellare come il padre, ridiscendeva sulla Terra reincarnandosi
nel corpo del Faraone successivo, per continuare a regnare in
Egitto per sempre. Dunque, poiché i Faraoni erano “Dei”,
la loro immortalità poteva spiegarsi solo in termini religiosi
di rinascita dal Regno dell’Oltretomba di Osiride. In virtù
di questo culto, l’Egitto, era considerato lo specchio del
cielo e ogni cosa, sulla Terra, doveva riflettere ciò che,
per volontà divina, era raffigurato in cielo. Gli antichi
Testi della Piramide di Unas a Saqqara, infatti, indicano il fiume
Nilo come la rappresentazione terrestre della Via Lattea nel cielo.
Non bisogna fare un grande sforzo, dunque, per capire che nessuna
delle similitudini riscontrate nell’altopiano di Giza e
nelle Piramidi d’Egitto è “soltanto”
una coincidenza. Le dimensioni anomale delle tre Piramidi e lo
spostamento della Piramide di Menkaura è spiegabile scientificamente
soltanto con un progetto legato alle tre stelle della cintura
di Orione: Al Nitak, Al Nilam e Mintaka, la più piccola
delle tre. Inoltre, all’interno della Grande Piramide, si
trovano la “Camera del Re” e la “Camera della
Regina”, collegate entrambe da una grande galleria. Da ciascuna
di queste “Camere” partono due stretti cunicoli. Uno
di questi è orientato verso nord e l’altro verso
sud. Il significato
di questi cunicoli, ancora incerto per alcuni studiosi, ha sconcertato
gli egittologi per lungo tempo. Basti pensare che i due condotti
della “Camera del Re” sono noti sin dal XII secolo,
periodo in cui si pensava che altro non fossero se non condotti
per la ventilazione. Nel 1924, però, un egittologo belga,
suggerì un'altra funzione plausibile, ritenendo che questi
condotti svolgessero una funzione religioso funeraria. Questo
egittologo, infatti, ritenne che questi canali servissero ad offrire
un passaggio direzionale verso le stelle al Faraone ed alla sua
Regina, raffigurata in cielo dalla stella Sirio, che si trova,
appunto, un po’ più in basso rispetto ad Orione.
Complicatissimi calcoli astronomici, effettuati in seguito alle
intuizioni dello studioso, confermarono, poi, sbalorditivamente
che, tenendo conto della cosiddetta “precessione degli equinozi”
(fenomeno che fa spostare l’asse di rotazione terrestre
da una stella all’altra, in un ciclo che si compie, in media,
ogni 26.000 anni) i cunicoli delle due “Camere” puntavano
verso il cielo: “il passaggio settentrione per il viaggio
dell’anima verso le imperiture stelle circumpolari (circumpolari
= stelle che non sorgono né tramontano mai), quello meridionale
per il
viaggio verso Orione”. Il mito di Iside
e di Osiride, dunque, si ripete in questo modo ogni notte sia
in cielo che in terra e lo farà fino a quando il tempo
manterrà intatte le Piramidi, concepite, appunto, per durare
“per l’eternità”. Le Piramidi, dunque,
sono veramente soltanto delle tombe? Questo nessuno lo sa, ancora.
Sappiamo soltanto che, lungi dall’essere un luogo dominato
dalla fredda oscurità della morte, la Piramide rappresentava,
per gli antichi Egizi, un monumento sacro di luce, speranza, immortalità
e prosperità eterna.
Danila Zappalà

|