| Astronomia:
Vela-F, frammento di una supernova
di Danila Zappalà
Tra il 16 ed il 22 Luglio
1994, più di venti frammenti di una cometa, che prese il nome
degli astronomi che la individuarono per primi nel cielo notturno, la
Shoemaker
– Levy, si schiantarono contro il pianeta Giove.
Eugene Shoemaker,
che insieme alla moglie e al suo collaboratore Levy fu il celebre scopritore
dell’evento, rimase ucciso il 18 luglio 1997 durante un incidente
automobilistico. Le sue ceneri ora riposano sulla Luna, in una capsula
sottovuoto portata lì dal Lunar
Prospector. Oltre a lasciare un grande vuoto nel mondo dell’astronomia,
Shoemaker lascia anche i risvolti della scoperta, unica nel suo genere,
che ha radicalmente mutato gli orientamenti accademici in merito al
passato del nostro pianeta. Tutto ebbe inizio nel preciso istante in
cui si cominciò ad osservare l’impatto sulla superficie
di Giove, ed i suoi catastrofici effetti, dei frammenti della cometa.
Ciò che colpì Giove fu una serie di corpi massicci di
varie dimensioni, di cui alcuni di circa 1,5 Km di diametro, che raggiunsero
la superficie del pianeta a circa 3000 Km l’ora. L’impatto
produsse effetti drammatici, con grandi esplosioni, pennacchi di fuoco
alti migliaia di chilometri ed enormi bolle di gas bollente sprigionate
nell’atmosfera di Giove e visibilissime sul disco osservabile
del pianeta, che impiegarono settimane per scomparire.
Fu chiaro a tutti gli osservatori dell’evento che, se la cometa
avesse mancato Giove e colpito invece il nostro pianeta, le conseguenze
sarebbero state disastrose. Il 20 marzo 1996, poi, il Laboratorio di
Propulsione di Pasadena, in California, annunciò che un gruppo
di scienziati aveva appena scoperto, grazie ad immagini radar della
Terra riprese dallo Space Shuttler Endeavour nel 1994, una catena di
crateri da impatto nel Ciad, in Africa centrale, che indicava che il
nostro pianeta, milioni di anni fa, venne probabilmente colpito da una
grande cometa frammentata o da un grosso asteroide in pezzi, simile
alla Shoemaker – Levy. Alla luce di questa nuova, importantissima
scoperta alcuni scienziati, continuando nella ricerca, fecero risalire
questi crateri a 360 milioni d’anni fa. Se questa datazione è
corretta, i frammenti che causarono i crateri colpirono la nostra Terra
nel periodo in cui erano in atto le grandi estinzioni di massa. E’
lecito pensare che gli impatti in questione siano la conseguenza di
un più grande e devastante evento cosmico. Ma quale? Sappiamo
che l’orbita terrestre non è circolare bensì ellittica.
In alcuni momenti dell’anno la Terra si avvicina di più
al Sole, mentre in altri se ne allontana. Oltre ad orbitare intorno
al Sole, la Terra ruota intorno al proprio asse. Questo asse, però,
non è perpendicolare al piano dell’orbita, infatti è
inclinato di 23,5°. E’ proprio questa inclinazione a produrre
il cambiamento delle stagioni, poiché regola l’angolazione
con cui i raggi solari colpiscono il nostro pianeta regolando, altresì,
anche la lunghezza del giorno e della notte. Esistono prove scientifiche
che l’inclinazione dell’asse terrestre non è sempre
stata uguale a quella di oggi. Nel XIX° secolo, l’astronomo
Richard
Proctor, infatti,
compiendo un’analisi delle costellazioni zodiacali dei segni d’acqua
(Cancro, Scorpione e Pesci) che sono visibili nella volta celeste in
determinate stagioni, concluse che, migliaia di anni fa, l’asse
di rotazione terrestre era inclinato diversamente rispetto ad oggi.
Ed, infatti, uno studio astronomico più approfondito compiuto
nel 1975, evidenziò che nel 10.178 a.C. l’asse terrestre
era inclinato di ben 30° rispetto all’attuale inclinazione.
Ma se davvero l’asse terrestre, un tempo, era più verticale
rispetto ad oggi, è difficile capire perché avrebbe dovuto
cambiare improvvisamente inclinazione. Così difficile che, per
moltissimo tempo, la comunità scientifica ha preferito assumere
che l’asse terrestre sia sempre stato della stessa inclinazione
di quella attuale, ignorando volutamente qualunque accenno ad un suo
possibile cambiamento nel tempo. La ricerca, però, ha dimostrato
inconfutabilmente che una volta la Terra era davvero “più
diritta” di oggi e che un cambiamento dell’inclinazione
assiale ha realmente avuto luogo. Ma, come sarebbe stata la nostra Terra
con una diversa inclinazione assiale? E quali ne sarebbero stati gli
effetti? Anzitutto, il clima sarebbe stato molto più mite. Non
ci sarebbero stati né l’estate né l’inverno
e durante tutto l’anno, ed in ogni parte del mondo, il clima sarebbe
stato temperato. Un clima simile produce un abbondante crescita di vegetazione.
Una vegetazione lussureggiante permetterebbe la sopravvivenza e la proliferazione
di molti animali selvaggi, in particolare di grandi erbivori come il
Brontosauro ed altri dinosauri di simili dimensioni. In conseguenza
del clima temperato le calotte polari sarebbero state molto più
piccole di quelle attuali e non è improbabile che le nude terre
gelide dell’Artico e dell’Antartico, considerato il tipo
di suolo, sarebbero state zone molto fertili. Con piccole, se non del
tutto assenti, calotte ghiacciate ai poli, il livello dei mari sarebbe
stato più alto in molte parti del globo. I mari e gli oceani
sarebbero stati molto più calmi e con correnti molto meno forti
di quelle attuali, dato che il motore che guida gli effetti climatici
sulla Terra sarebbe stato completamente differente, provocando un minor
numero di tempeste, cicloni e precipitazioni. L’umidità
sarebbe stata molto alta, al punto che le aree desertiche sarebbero
state praticamente assenti. Una giornata tipica sarebbe stata caratterizzata
da luce e sole in abbondanza e lo sviluppo di una civiltà preistorica
avrebbe potuto essere molto più semplice di quanto non lo sarebbe
nella nostra epoca, data l’enorme abbondanza e varietà
di cibo. Questo è il tipo di mondo che sarebbe, probabilmente,
esistito, per esempio nel
Pleistocene, se il nostro asse planetario fosse stato più
verticale rispetto ad oggi. Questa descrizione, non vi pare somigliare
molto all’idilliaca “Età dell’Oro” descritta
nei miti di così tante culture, fra cui quella citata da Platone
quando ci parla del mito di Atlantide?
E non somiglia anche alla descrizione di quella parte della dottrina
ebraica, adottata successivamente dal cristianesimo, in cui si parla
di una esistenza “idilliaca” dei nostri antenati, prima
che la disobbedienza a Dio causasse la cacciata dall’Eden? Le
scoperte astronomiche che indicano uno slittamento dell’asse terrestre
suggeriscono che questo evento abbia avuto luogo verso la fine del Pleistocene,
ma se le cose stanno così esso deve anche aver avuto un carattere
violento e non graduale. L’inclinazione terrestre, cioè,
avrebbe dovuto cambiare improvvisamente e non lentamente, ed infatti
esistono anche prove scientifiche di un cambiamento drastico della temperatura
nelle regioni polari. Esistono anche prove di una vasta turbolenza nella
tettonica planetaria. Ciascuna delle più grandi catene montuose
terrestri ha raggiunto la sua attuale elevazione alla fine del Pleistocene.
Ciò indica un rialzo improvviso di masse geologiche senza precedenti.
Inoltre, esistono prove d’improvvise estinzioni di massa. Qualcosa
d’inaspettato, improvvisamente, è riuscito ad uccidere
migliaia di animali, in tutto il pianeta. Qualcosa di così violento
da trasportarli, in molti casi, via dal loro ambiente naturale I Mammut,
conservati nel ghiaccio siberiano, avevano erba fresca nello stomaco:
sono morti improvvisamente e senza aver avuto il tempo di finire il
loro ultimo pasto! Congelati
in un battibaleno nel luogo stesso in cui si trovavano a pascolare serenamente.
Solo un improvviso evento cosmico planetario sarebbe in grado di spiegare
una cosa del genere. Inoltre, esistono prove di un’esplosione
cosmica su vari pianeti e satelliti del Sistema Solare. Mercurio, per
esempio, ruota molto lentamente attorno al suo asse. Un suo giorno dura,
in media, 57,8 giorni terrestri. Ciò vuol dire che qualsiasi
esplosione planetaria lo cospargerebbe di detriti soltanto da un lato.
Ed, in effetti, una delle due facce di Mercurio è visibilmente
cosparsa di crateri più dell’altra. Lo stesso dicasi per
la nostra Luna. Una delle sue facce è fortemente craterizzata,
mentre l’altra è formata soltanto da distese pianeggianti.
Ma cosa può aver causato la formazione di una così grande
quantità di detriti, la cui caduta ha formato la miriade di crateri
visibili nei pianeti più interni del Sistema Solare? L’esplosione
di un pianeta, ovviamente. Inoltre, Marte possiede due piccole lune,
Phobos, e Deimos, che orbitano intorno al pianeta a velocità
sorprendentemente alta per le dimensioni che hanno. Deimos compie un
giro completo intorno a Marte in circa trenta ore, mentre Phobos, impiega
addirittura 7 ore e 39 minuti Entrambe queste lune, sono quasi certamente
asteroidi “catturati” dal pianeta. Ma i principi di meccanica
celeste non consentono questa “cattura” dal semplice passaggio
di una fascia d’asteroidi, mentre la consentirebbero se gli asteroidi
in questione fossero ciò che resta di un’esplosione planetaria.
Si consideri, anche, che Giove, Saturno e Urano possiedono un sistema
di anelli. Un processo noto col nome di cattura dello schermo gravitazionale
spiegherebbe senz’altro la formazione di questi anelli e dei satelliti
di Giove, Saturno, Urano e Nettuno se… un pianeta esploso catapultasse
dei detriti verso di loro. Inoltre, Urano non si trova solo drammaticamente
inclinato sul suo asse di rotazione, ma ha anche una disparità
di 60° nel suo asse magnetico. Molte delle sue lune sono anch’esse
inclinate sul piano dell’orbita e mostrano segni evidenti di violenza
geologica. Come più di un astronomo ha osservato, se un pianeta
esplodesse, le prove di questa esplosione si riscontrerebbero in ogni
parte del Sistema Solare. Ed, in effetti, i segni di una catastrofe
cosmica sembrano disseminati ovunque nel Sistema Solare. L’esplosione
del presunto pianeta mancante tra l’orbita di Marte e quella di
Giove, che secondo la
legge fisica di Titius – Bode dovrebbe trovarsi al posto dell’attuale
“Fascia
di asteroidi”, in effetti, avrebbe potuto generare una catastrofe
cosmica di tale entità. Ma perché un pianeta così
grande avrebbe dovuto esplodere? Cosa mai avrebbe potuto provocare la
totale disintegrazione di un pianeta grande quasi quanto Giove? Le ipotesi
sono tante; ma quella più probabile è la collisione con
un corpo celeste molto più grande del pianeta distrutto. Quindi
la collisione del pianeta con una cometa è escluso. Gli astronomi
non sono ancora del tutto sicuri del perché le Supernovae esplodano,
fatta eccezione per i casi in cui esplodono le stelle massicce, in cui
la pressione creata dai processi che hanno luogo nel nucleo non è
sufficiente a sopportare il peso degli strati gassosi esterni. Si verifica,
dunque, un collasso gravitazionale e la stella esplode. A differenza
di una Nova, quando esplode una Supernova vengono scagliati detriti
in tutte le direzioni. L’esplosione lascia nel cielo soltanto
un guscio gassoso dall’aspetto e dai colori fantastici. La Nebulosa
di Crab, una delle molte bellezze dell’osservazione astronomica,
è il risultato dell’esplosione di una Supernova avvenuta
nel 1054 d.C. Queste gigantesche esplosioni stellari, attualmente, avvengono
nella nostra Galassia in media ogni trent’anni circa. Una di queste
fu quella di Vela, una Supernova
situata a 45 anni luce dal nostro Sistema Solare (quindi molto vicino,
in termini astronomici). Secondo
le stime più accurate, Vela esplose tra i 14.000 e gli 11.000
anni fa. Prendendo come punto di partenza questa gigante esplosione
stellare, diventa possibile costruire un quadro di ciò che potrebbe
aver avuto luogo nel nostro pianeta e nel Sistema Solare. Verso la fine
del Pleistocene, una Supernova esplose nella costellazione
di Vela. Enormi frammenti infuocati furono scagliati nello spazio
in tutte le direzioni. Uno di tali frammenti, più grande del
più grande dei pianeti conosciuti, fu scagliato in direzione
del nostro Sistema Solare. Un piccolo sole ardente con un tremendo potenziale
distruttivo che, spinto dall’energia prodotta dall’immane
esplosione cosmica, si muoveva in rotta verso la Terra. Giunto vicino
al Sistema Solare, la sua originaria traiettoria deve essere stata deviata
dal massiccio campo gravitazionale di Nettuno. Il passaggio deve essere
stato tanto ravvicinato da generare intense scariche elettriche, mentre
i campi di forza incominciavano ad interagire. Le due lune di Nettuno,
Tritone e Nereide, furono violentemente frantumate e Plutone fu staccato
dal Sistema nettuniano e lanciato in una nuova orbita intorno al Sole.
Infatti, le origini di Plutone sono avvolte nel mistero perché
differisce dai pianeti più esterni in quasi tutte le proprietà
fisiche, ed il suo diametro è solo due terzi di quello della
Luna. Dato che è strutturalmente molto simile a Tritone, il più
grande dei satelliti di Nettuno, diversi astronomi hanno suggerito che
Plutone potesse essere stato, in passato, uno dei satelliti di Nettuno.
Ancora, il limite di Roche, che
ha preso il nome dall’astronomo francese che lo ha calcolato per
primo, misura la distanza minima con cui un corpo celeste può
avvicinarsi ad un altro senza che il più piccolo venga disintegrato.
Ogni satellite del Sistema Solare,
compresa la nostra Luna, qualora si avvicinasse tanto al pianeta intorno
a cui orbita, al punto da superare il “limite
di Roche” andrebbe, dunque, incontro a distruzione certa,
disintegrandosi. Sicuramente,
uno o più satelliti di Saturno sono stati spinti oltre questo
limite e, perciò, a seguito della disintegrazione, i loro resti
cosmici hanno cominciato ad orbitare intorno al pianeta al loro posto,
formando il meraviglioso sistema di anelli che rende unico Saturno in
tutto il nostro Sistema planetario. Forse
è stato proprio il passaggio di un frammento di Vela ad aver
spinto questi satelliti verso Saturno avendone provocato la disintegrazione
ed avendone creato lo spettacolare scenario dei suoi bellissimi anelli.
Giove rimase, per lo più,
non coinvolto dal passaggio. Forse perché la sua posizione orbitale
lo tenne distante dall’intruso. Così,
l’incontro successivo, trasformatosi in collisione, deve essere
avvenuto con il Pianeta X, ossia il presunto pianeta orbitante tra Marte
e Giove, che adesso non esiste più e che al suo posto ha lasciato
una fascia di asteroidi in orbita intorno al Sole. Sembra
anche che il passaggio dell’intruso proveniente da Vela trascinò
dei frammenti verso Marte che ne divennero i suoi due satelliti, rallentando
anche la rotazione del pianeta. Con
la sua furia distruttiva, l’intruso di Vela si dirigeva, adesso,
verso il tranquillo e confortevole pianeta Terra. Quando
un corpo celeste si avvicina ad un altro, diverse forze entrano in gioco.
Una è la Forza di Gravità; un’altra è la
Forza Elettromagnetica. Il forte
campo gravitazionale di Vela – F , cioè “frammento
di Vela”, come chiameremo l’intruso da adesso in poi, avrebbe:
- Disturbato l’antica
orbita della Terra;
- Causato lo slittamento dell’asse planetrario;
- Diminuito la velocità di rotazione;
- Creato le variazioni che sperimentiamo durante la precessione degli
equinozi.
Un’improvvisa
variazione dell’inclinazione terrestre, accompagnata da un repentino
rallentamento della sua rotazione assiale, avrà sicuramente sollecitato
in maniera brusca ed inimmaginabile l’intera struttura del pianeta.
Allorché il massiccio impeto gravitazionale di Vela – F
si avvicinò alla Terra, il pianeta cominciò a spaccarsi.
Le fratture furono enormi. La più grande di esse è ancora
visibile nella Rift
Valley africana. Le grandi catene montuose dei nostri giorni si
ripiegarono su se stesse; altre si sollevarono repentinamente. L’attività
vulcanica s’intensificò come mai prima e la temperatura
planetaria subì impressionanti cambiamenti. Milioni di tonnellate
di polvere, cenere e detriti furono scagliati nell’atmosfera.
Mentre vaste aree della crosta terrestre si frantumavano, numerosi fiumi,
laghi, mari e oceani cambiavano il loro corso, defluendo nelle valli
appena create, nelle nuove depressioni planetarie e nei nuovi bassipiani.
Il mondo si ritrovò a vivere un incubo spaventoso, illuminato
soltanto dalle forti scariche elettriche che si sprigionarono nell’atmosfera.
Le costruzioni in pietra crollavano come modellini di creta. Dunque,
non essendo più in grado di sopravvivere nelle vecchie abitazioni,
le popolazioni preferirono abbandonare le città distrutte per
rifugiarsi nelle caverne. Quando l’azione gravitazionale raggiunse
il culmine, le acque del pianeta iniziarono ad accumularsi, le une sulle
altre, formando una gigantesca onda verticale, risucchiata verso l’immensa
massa infuocata di Vela – F. L’estremo Nord terrestre cominciò
a raffreddarsi. La nuova inclinazione dell’asse terrestre lo aveva
improvvisamente strappato alle antiche zone temperate e al Sole. Con
i vulcani di tutto il mondo che vomitavano cenere nell’atmosfera,
i raggi del Sole non riuscivano più a filtrare e un diluvio immenso,
frustrato costantemente da violentissimi venti che avevano la forza
dei più potenti uragani conosciuti, si riversò sulla Terra.
Gli animali fuggivano in preda al panico. L’intero pianeta era
immerso nel caos. Le leggende navajo
raccontano una storia veramente agghiacciante di questo evento e un
ricordo dello stesso potrebbe trovarsi anche nella nostra Bibbia, nella
Genesi, ai versetti 7, 19 – 24: Non vi fu una vera e propria collisione
con Vela – F, altrimenti la Terra non sarebbe sopravvissuta. Il
frammento di Vela deve essersi avvicinato molto al pianeta Terra, ma
senza toccarlo, per poi dirigersi verso Venere e il Sole. Probabilmente
ha terminato il suo viaggio schiantandosi sul Sole, che lo ha inghiottito
senza risentirne troppo. Le cose sono andate veramente così?
Non lo sappiamo. Di sicuro, però, la scienza, autorizza ipotesi
di questo genere. Ipotesi che, pur essendo tali, sono comunque assai
plausibili. Potrebbe accadere ancora in futuro? Purtroppo si. E, allora?
Che l’umanità si
prepari e… che Dio ce la mandi buona.
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